JESTER AT WORK / MAGELLANO
RASSEGNA STAMPA

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ROCKIT / ROBERTA D'ORAZIO / link
I sogni viaggiano con gli stessi mezzi su cui corrono gli esseri umani. Scarpe, macchine usate, autobus. Barche. Soprattutto barche. Molto spesso sono solo i sogni a viaggiare, mentre tu stai fermo a guardare le tue scarpe, la tua macchina usata o l'autobus che passa lasciandoti alla fermata. E le barche che guardi sono perlopiù dei marinai che sembrano avere cent'anni e hanno i volti consumati dalla fatica e dal sole: ogni ruga è uno scrigno che conserva una storia che vorresti ascoltare. Quando cresci in una piccola città portuale, è facile che da bambino tu possa aver sognato di diventare un esploratore dei sette mari, di solcare quelle acque che a distanza di anni ti sembreranno trappola e acquitrino, e che in quel momento appaiono come distesa immensa di libertà e possibilità di un agognato altrove. Jester at Work, al secolo Antonio Vitale, conserva nelle undici tracce di “Magellano” quello stesso sguardo (dis)incantato di chi è pronto a salpare, proponendoci un album “interamente concepito a pochissima distanza da un porto”. Corde della chitarra impastate di salsedine e quella voce, profonda come l'abisso e calda come il sole. Il lieve fruscio che ondeggia in sottofondo, frutto della registrazione in analogico, ci regala un delizioso sapore vintage. Dopo aver gettato l'ancora in una tradizione nutrita dall'ascolto del folk d'oltreoceano, il cantautore non rinuncia a navigare con coraggio tra le acque della sperimentazione lo-fi in pezzi come “Green eyes”. Le note di “The branch” sono annodate con sapienza marinaresca in un arpeggio che ricorda i fraseggi di Tim Buckley, la cui influenza pervade anche la bellissima “This night will be dead”. Con “Deep black sea” e “Unsolved (Mistery) Misery” affondiamo nelle sonorità di Mark Lanegan: canzoni che trasudano sale e sudore di una notte insonne. Lo spirito di Johnny Cash riecheggia sul veliero in pezzi come “December”. “Estacion 14” racchiude in sé tutto questo e ha il ritmo inesorabile e tenace dei remi. La finale “Alphabet tree” è insieme deriva e approdo, con un testo che racconta la volontà di partire e un arrangiamento che sembra invece comunicare che il nostro cantautore è già arrivato lungo le coste di quell'America verso cui “Magellano” guarda con tanta sicurezza. Credo dunque di poter affermare che Jester at work non avrebbe potuto scrivere un album così bello, se non avesse abitato in una piccola città portuale, di quelle che mettono in fuga i sogni e che al contempo ti insegnano a proteggerli, perché in fondo non abbiamo tesori oltre questi. E in una piccola città portuale non puoi perderti, perché sai sempre da che parte è il mare. Allo stesso modo, Antonio Vitale ha ben sviluppato il senso dell'orientamento che gli consente di tenere saldi i suoi riferimenti musicali, senza il timore di un naufragio e senza la paura di osare. Il suo faro sono undici canzoni bellissime scritte di suo pugno. Il vento favorevole soffia nelle vele del suo incredibile talento che lo porterà, di certo, lontano da queste sponde.
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IL FATTO QUOTIDIANO / MARCO PIPITONE / link
La musica è morta alla fine degli anni ’70?
Facciamo riferimento alla musica del 2012 oppure proseguiamo rivolgendo lo sguardo al passato? Si preferisce rincorrere il mito o meglio fermarsi e riprendere fiato? Dal punto di vista musicale far fronte al periodo in cui viviamo è certamente difficile: i luoghi comuni (ammesso che lo siano), dominano le nostre incertezze. “La musica è morta alla fine degli anni 70!” qualcuno afferma. Vero o falso che sia, il passato rappresenta indubbiamente un rifugio sicuro ma uscire allo scoperto, per scrutare l’orizzonte, può regalare improvvise soddisfazioni. Pare già di sentire i soliti cori a difesa del “tempo che fu”. I nati negli anni 50, posti in prima fila, rivendicano l’opera omnia dei Beatles e dei Rolling Stones. I sessantottini, ancor più rapidi, invocano il Flower Power, per non parlare di quelli cresciuti a pane e anni 80: non vedono l’ora di cotonarsi i capelli, nella speranza che un giorno Robert Smith possa tornare ad illuminare la strada. Poveri illusi! Per gettarli nell’inesorabilità dello sconforto è bastato un pugno di pischelli, maturati al suono corposo degli anni 90, i quali a detta loro, sono ingiustamente sottovalutati: “Perché Nirvana Massive Attack e Oasis – concludono – a quei tempi non pettinavano certo le bambole”! E ai giorni nostri? Cosa combinano le nuove generazioni? Quali sarebbero i loro ascolti? Ammesso che vi siano, dovrebbero essere supportati da un corso accelerato sulle dinamiche che storicamente regolano la musica, la quale si sostiene comprandola e non scaricandola, rinnovando in tal modo tradizione, cultura e speranze. Dite che mancano i soldi? Quelli della mia generazione a diciotto anni, per accaparrarsi il disco nuovo dei Bauhaus, erano disposti a tutto, anche a fare la fame. Tornando al presente musicale, è l’onestà d’intenti il focolaio al quale attingere e non la ricerca forsennata del futuro. In tempi come questi può essere sufficiente anche e solo individuare lo spirito rinnovato di un grande artista, il quale, se ben indirizzato, può sempre fare la differenza. È il caso di Mark Lanegan. Un ritorno che agita i territori sconfinati dell’inquietudine e restituisce alle nostre incertezze la giusta dignità. Blues Funeral funziona almeno quanto un lifting facciale: via i segni del tempo (gli esordi), fuori le ruvidità (Screaming Trees), soppresse pure le negligenze passate (dischi solisti). Il lavoro che ne consegue esalta l’opera di un rocker in stato di grazia. Compratelo (e non scaricatelo), ne vale la pena. Conoscete le First Aid Kit? Le due sorelline svedesi arrivate alla terza fatica discografica, sono capaci di rispolverare la miglior tradizione cantautorale americana, decifrandone i dogmi con cognizione di causa. The Lion’s Roar è il frutto di un’integrità artistica che, seppur derivativa, lascia senza fiato. Provare per credere. In Italia invece che succede? Nell’attesa di ascoltare Padania (se è bello come il titolo “siamo a posto”) degli Afterhours, è la casualità a governare gli ascolti. La rotta intrapresa porta in Abruzzo, più precisamente a Pescara, Antonio Vitale in arte Jester at Work ha dato vita a Magellano, un album che illumina a giorno il fantasmagorico sottobosco musicale. L’analogico flirta con l’elettronica misurata mentre i toni virati delle chitarre evidenziano una voce da brividi. Difficile fare meglio. Dunque, in attesa che la nuova frontiera della musica si riveli, il solito dj qualunque, a sostegno della propria tesi ha trovato soltanto tre dischi su nove, e preoccupandosi, si chiede come farà a trovare i restanti sei prima che il passato torni prepotente a bussare alla sua porta. 9 canzoni 9 … per (non) dimenticare il passato
Lato A
This Night Will Be Death • Jester At Work
In the Hearts of Men • Firs Aid Kit
No Future, No Past • Cloud Nothings
Another Bad • The Twilight Sad
Lato B
Queen of Denmark • Sinead O’Connor
Ode to Sad Disco • Mark Lanegan
Show me Everything • Tindersticks
I Spit Roses • Peter Murphy
Show Me the Place • Leonard Cohen
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ROCKSHOCK / IVAN MASCIOVECCHIO / link
Se fosse arrivato da un Paese lontano, magari da uno di quelli di area anglofona (come il nome e la lingua utilizzati lascerebbero intendere), meglio ancora se carico di polverose storie e suggestioni d’Oltreoceano, probabilmente Jester at Work avrebbe conquistato ben altro peso specifico nell’assopito, e provincialotto, circo musicale di casa nostra. Era il 2009, infatti, quando il suo album d’esordio Lo-fi Back To Tape, con quell’insolita mezcla di folk, sperimentalismo, rock e songwriting old style, impastata da una voce profonda come il peccato e registrata esclusivamente con l’ausilio di un multitracce a cassetta Fostex made in Japan, vide la luce, riscuotendo l’attenzione di pubblico e critica, sebbene senza riuscire ad oltrepassare il pur nobile recinto della scena underground. Oggi, a distanza di tre anni da quell’esperienza, l’italiano anzi l’abruzzese anzi il pescarese (ora capite a cosa si alludeva in apertura?) Antonio Vitale è tornato at work per deliziarci con lo splendido Magellano, un lavoro se possibile ancora più intimo ed introspettivo, per certi aspetti quasi doloroso, intriso com’è di pensieri, salsedine e petrolio, essendo stato interamente concepito in una casa con vista sul porto canale della cittadina adriatica, ormai desolatamente destinato alla completa inattività causa cronico insabbiamento dei fondali. Come per il navigatore a cui deve il suggestivo nome, è l’istinto del viaggio, l’ansia della scoperta, la voglia di conoscenza, il sottotesto che pervade ed anima le undici tracce di questo disco bellissimo e commovente; un silenzioso cammino all’interno di sé musicalmente sorretto dalle sonorità lievi come un soffio di vento della inseparabile chitarra acustica dello stesso Vitale (The Branch, Little Sad Song), da qualche giro di basso giustamente inquieto (Unsolved (Mistery) Misery), da cori e riverberi soffusi (Green Eyes) e da sporadici tamburi vellutati (Estaçion 14); nonché da un timbro vocale caldo e cavernoso (Deep Black Sea) capace allo stesso tempo di pacificare e fomentare l’animo dell’ascoltatore con la stessa identica intensità. Una naturale attitudine lo-fi per un rock di affascinante matrice analogica, realizzato ancora una volta presso gli spazi e con il supporto della Twelve Records, una casa del suono e dell’utopia edificata nell’entroterra pescarese (a Tocco da Casauria, per la precisione) da Andrea Di Giambattista e Francesco Di Florio i quali, mossi esclusivamente dal fuoco sacro della passione, negli anni hanno avuto la forza e l’ardire di trasformare uno studio di registrazione in etichetta discografica, dando vita così ad un’altra di quelle storie (stra)ordinarie che solo la provincia meccanica sa regalare. E a conferma che è proprio ai margini (dell’impero) che le cose (belle) accadono, dopo la presentazione ufficiale avvenuta lo scorso venerdì presso gli spazi living di Farmindustries, una stimolante fattoria creativa dove si coltivano idee, collaborazioni e progetti, Magellano è ora dunque pronto per partire alla conquista del proprio destino, imprigionando il cuore di chiunque voglia lasciarsi ammaliare dal racconto delle sue storie semplici eppure così autentiche e vibranti di sogni e di vita.
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THE SHIP MAGAZINE / LEOPOLDO SORBO / link
Jester at work, alias Antonio Vitale, compositore e chitarrista pescarese, da sempre attivo nella scena musicale e dal 2005 con la nascita del progetto Jester at work, sta salendo alle luci della ribalta e con il suo ultimo lavoro, Magellano, è pronto per la definitiva consacrazione. Premettendo che il disco è stato registrato in analogico e su tutte le tracce la presenza del leggero fruscio in sotto fondo ci da quella sensazione nostalgica, come se venisse da lontano da un`epoca ormai passata, come se volesse creare un distacco da questa società moderna. Antonio ha portato alla luce un album dal sapore rock folk ma non ha rinunciato ad osare e portare sfumature lo-fi come in `Green eyes` in assoluto il pezzo capace più di ogni altro di rappresentare meglio `Magellano` e di che pasta è fatta Jester at Work. La purezza della chitarra e la voce di Antonio, a tratti laneganiana, sembrano creare un contrasto perfetto capace di condurti in viaggio lungo tutto l`ascolto delle 11 tracce, composte e arrangiate in maniera deliziosa. Album da avere nella propria collezione per ascoltarlo e riascoltarlo. Consigliato!
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OSSERVATORI ESTERNI / ORAZIO MARTINO / link
Se la ragione di vita è il blues e l'obiettivo finale la pace interiore, "Magellano" è il (signor) disco che dovrebbe fare al caso vostro. La firma quella di Antonio Vitale, artisticamente Jester At Work, dalle lande abruzzesi e fuori dal grande circuito mediatico, con un album in grado di sposare folk, blues e psichedelia con umiltà, attitudine lo-fi e rispetto per la grande tradizione.
Excursus cronologico-artistico che ha già distillato le grandi stagioni del folk per ritagliarsi uno spazio tra i primi vinili di Lanegan e le praterie sconfinate del Johnny Cash anni zero. Ad assicurarne un'impronta decisamente a passo coi tempi, gli insegnamenti allegorici del Brendan Perry di "Eye Of The Hunter", per la consegna dello scettro di erede mediterraneo.
Un disco di canzoni che rimbombano come il cantico popolare di una tradizione smarritasi nei secoli, le note di una colata lavica con il cielo carico di nubi e una tempesta di neve all'orizzonte. Canzoni come "December" e "Come Back Soon" inaugurano un cammino intriso di pathos e spiritualità. "Unsolved (Mistery) Misery" ed "Estacion" fanno ancora meglio, alimentando incubi claustrofobici e rituali messicani (micidiali le frustate di chitarra ad infuocarne l'incedere).
Adesso, se il nostro fosse un mondo migliore, Jester At Work aprirebbe tutte le date italiane di Mark Lagenan, senza se e senza ma. Ma le cose, da queste parti, funzionano esattamente in un altro modo, e in questo momento mi riesce solo una cosa, naturale e spontanea: consigliarvi vivamente questo disco!
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STORDISCO / MICHELE MONTAGANO / link
Ci sarebbe da chiedersi quanto la dimensione privata influenzi artisti intenti a far, più che arte, artigianato. Opere rustiche che nascono dalla propria estensione più intima per poi abbracciare la causa live nei locali di turno, portando quelle atmosfere e suggestioni impresse tra le proprie quattro mura in ambienti più ampi. Magellano oltre ad esser stato il primo esploratore a circumnavigare il globo è anche il nome della via in cui vive il pescarese Antonio Vitale che decide così di intitolare il suo secondo album. Magellano nasce nelle immediate vicinanze di un porto e mostra i tratti tipici di un'opera minimale ed introspettiva sviluppatasi attorno ad esigenze artistiche fortemente incanalate in contesti artigianali. Ne è forte prova l'uso della registrazione analogica, quel fruscio di fondo onnipresente, quasi protagonista in quei brevi silenzi che emergono tra accordi e arpeggi di chitarra, strumenti accessori come il metallophone ed una voce che sembra quella di un Lanegan con meno nicotina in gola e dotata di quella leggerezza impalpabile che tanto ci fece amare Nick Drake (“vedere “The Branch” e “Come Back Soon”). C'è dunque di fondo un forte richiamo alla tradizione cantautorale anglosassone (John Martyn) e d' oltreoceano (Tim Buckley e, i più recenti, Will Oldham e Elliott Smith), in un songwriting maturo e convincente. Il calore emozionale dell'opera nel suo insieme si avvale anche di episodi tipicamente più aperti alla sperimentazione come “Green Eyes” o abbraccia la causa folk più classica in “Little Sad Song”, breve intermezzo a là Johnny Cash corrotto solo da accenni fantasmagorici di piano vibrato. Le pennellate dell'affresco si fanno più cupe e, se possibile, ancora più confidenziali sulle note di “Deep Black Sea” e “Unsolved (Mistery) Misery” mentre, a riprova di un talento versatile, giungono le mantriche lisergie di “Estacion 14” o l'indolenza crepuscolare di “This Night Will Be Dead”, a lasciar intendere quanto lo stile di Vitale si ponga come una sorta di vademecum dell'estetica d'autore globale. A mettere il punto ad un lavoro che, senza saperne la provenienza, difficilmente assoceremmo alla nostra penisola, vi è la splendida “Alphabet Tree” legata ad una tradizione country-blues immortale che non potrà mai smettere di affascinare. Come Magellano partì per mari e terre inesplorate, così Jester at Work è pronto per salpare da quello stesso porto nei pressi del quale questa bellissima prova ha avuto origine ed inserirsi meritevolmente in un contesto musicale più grande. Mettetevi comodi, tabacco in una mano, bicchiere di whiskey nell'altra e lasciatevi andare tra le pieghe acustiche e pregne di salsedine di Jester.
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SOHA NEWS / ANDREA DI NISIO / link
Prossimamente sul vostro lettore “Magellano” il nuovo album di Jester at work ideato a pochi passi dall’evocativo scenario del porto canale pescarese e prodotto dalla Twelve record: una casetta con gli interni in legno nella zona industriale di Tocco da Casauria, zeppa di strumentazione vintage “trafugata” nel 2008 dagli studi della BBC di Glascow. Dopo la fuga con registratori a bobine Studer, microfoni e riverberi vari Andrea Di Giambattista e Francesco Di Florio iniziarono la loro avventura registrando l’album di un quintetto pescarese che di lì a poco sarebbe stato recensito sul quotidiano inglese The Sun: era il 2008 e loro si chiamavano Zippo, oggi in scaletta al Desert fest di Londra insieme a mostri sacri dello scena Stoner metal come Orange goblin e Karma to burn. Con “Lo-fi back to tape” (2009) debutto di Jester at work, la Twelve record si è trasformata da studio di registrazione in etichetta discografica svelando la sua vocazione verso la schiettezza del suono analogico. Antonio Vitale (in arte Jester at work) incise un’audiocassetta con un romantico e obsoleto registratore a quattro tracce, una scelta coraggiosa, che convinse i due della Twelve a dare un’ordinata (missata ndr) ai suoni e pubblicare il disco con il loro marchio. Dopo la scintilla innescata da “Lo fi Back to tape” i due direttori artistici hanno sperimentato i più disparati generi: dallo psychobilly dei Fiftyniners al cabaret rock dei Cesarians sino all’indie scanzonato dei Wolfgang shock. Questo approccio musicale a trecentosessanta gradi unito all’attitudine punk del do it yourself e alla conseguente logica dell’autofinanziamento spingono Di Giambattista e Di Florio a scandagliare le proposte creative provenienti dal profondo dei garage e delle sale prove polverose della provincia musicale alla ricerca di personalità, originalità e schiettezza.
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OZIO MAGAZINE / MAURIZIO DI FAZIO / link
Domani, venerdì sera dalle 22, presso “Farmindustries” in via F. Foreste 9/2 a Montesilvano Marina (non il consueto stanzone riadatto a musica dal vivo ma una specie di piccola Factory, e questa scelta è già tutto un programma), concerto di Jester at Work. Ingresso gratuito. “Rassicurante, imponente, fresco. Una voce che è un fuoco allegro al quale non si riesce a rimanere indifferenti” (Fuori dal Mucchio). “Un album che illumina a giorno il fantasmagorico sottobosco musicale. L’analogico flirta con l’elettronica misurata mentre i toni virati delle chitarre evidenziano una voce da brividi. Difficile fare meglio” (Il Fatto Quotidiano). Giusto per estrapolarvi due frammenti giornalistico-musicali, lapidari come da tradizione, dell’entusiasmo che ha accolto la recentissima uscita di “Magellano“, secondo album di Jester at Work (all’anagrafe Antonio Vitale), defilato e integro e parecchio creativo cantautore pescarese, che le sviolinate e i peana dei critici musicali “di professione” o della domenica certo non se li va a cercare, mica anela a un posto nel purgatorio di quel che resta dello showbiz indie-in; e proprio per questo forse, suonano più graditi. Così come suona benissimo quest’album, prodotto come il precedente dalla Twelve Records e registrato col solo ausilio di un polveroso multitracce analogico a cassetta Fostex made in Japan, e della sua inseparabile chitarra acustica. “Magellano“, evocativo fin dal titolo, suona classico e romantico, sognante e picaresco, raccolto ma molto meno ermetico di quanto ci si potrebbe attendere da un musicista “onda lunga degli anni ’90″, che è stato a più riprese paragonato, per intenderci meglio, a mr. Bonnie “Prince” Billy (o all’Howe Gelb solista, aggiunge, senza colpo ferire, chi vi scrive). Eccovi un pezzo di questo suo nuovo disco, per farvene una idea più empirica: http://www.youtube.com/watch?v=q6qnczWhmbo
“Magellano è un album interamente concepito a pochissima distanza da un porto: un porto che sa di sale e di petrolio, dove i pescherecci riposano dopo notti di fatica e sudore. È il posto perfetto dal quale salpare e, al tempo stesso, un luogo che non dà una ragione in più per rimanere. In viaggio verso le coste di un altro mondo, a cavallo di onde fatte di nuvole e di fumo, galleggiando piano su chitarre acustiche, percussioni morbide, voci e cori che lasciano il segno. Giungere da deserti remoti per sostare all’ombra del faro”.
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IYEZINE / FRANCESCO CERISOLA / link
Antonio Vitali (Jester At Work) approda alla seconda prova con il suo Magellano. Antonio Vitali (Jester At Work) approda alla seconda prova sulla lunga distanza con il suo Magellano. Il disco, uscito per Twelve Records (come il precedente), si compone di undici canzoni torride e scarne, dove ad avere il sopravvento sono la forza evocativa e l'incisività, la tradizione cantautorale americana e la lezione grunge anni '90. Il via al lavoro è dato dalla vivace ed espressiva The Branch che, giocando solo su chitarra e voce, crepita come un falò nel deserto, prima di cedere la parola a December, alla sua voce grave e alle sottili quanto tese linee melodiche che la caratterizzano (mentre fuori dalla nostra tenda cade la pioggia). Come Back Soon (voce, chitarra, metallofono e maracas) scorre rovente ed evocativa (grazie al suo piglio trasandato e impolverato), incrociandosi con Green Eyes che, sulla stessa lunghezza d'onda, procede assolata e sudata. Little Sad Song vorrebbe essere il ritorno a casa, al sicuro, tra lenti ondeggiamenti (come farsi cullare dalle onde del mare) e atmosfere distese e rilassate, ma è solo un attimo. Deep Black Sea, in un batter di ciglia, scuote la nostra barca con la sua nera incisività (seppur solo chitarra e voce), aprendo all'ineluttabile Unsolved (Mistery) Misery che, come se ci stesse risucchiando in un gorgo da cui non c'è via di scampo, scorre tesa e inarrestabile. This Night Will Be Dead, leggermente più sgranata nel suono, lascia intravedere la quiete dopo la tempesta (i distesi e solari ritornelli) mentre Remember To Remember, con i suoi strumenti squillanti sullo sfondo (mandolino su tutti), scorre sicura e determinata, sfiorando il cuore dell'ascoltatore con la sua serenità ritrovata. Estacion 14, infine, sudata e vigorosa, scorre calda e intensa, lasciando spazio alla conclusiva Alphabet Tree, al suo lento crescere (disteso e pacifico) e a alla breve ghost track strumentale (en plein air) posta in coda a tutto. Magellano è un disco suonato riducendo all'osso la strumentazione e dove le canzoni emozionano per la loro intensità melodica ed evocativa. Un disco che deve molto alla tradizione cantautorale americana quanto alla lezione grunge anni '90. Undici capitoli che necessitano di più ascolti per essere assimilati, ma di cui, una volta entrati in circolo, non potrete più fare a meno.
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BENZINEMAG (FR) / DENIS ZORGNIOTTI / link
Quelques mois après son premier album chroniqué ici même, revoilà AntonioVitale alias Jester at Work. Avec ce barbu intraitable, la donne n’a pas vraiment changé : un disque de folk-rock crépusculaire, aride et sobre enregistré à l’ancienne, en analogique. Pourtant, l’Italien bénéficie ici d’un vrai studio et voit la plupart de ses compositions étoffées en terme d’arrangement; il se dessine derrière lui un vrai groupe (le blues rock Unsolved Mistery Msery sur les traces de Mark Lanegan). Sublimées par une voix virile et enveloppante, ces chansons rugueuses allient souvent une guitare électrique sourde avec une acoustique 12 cordes à la sonorité vibrante, comme la rencontre de la poussière et de l’air éclairée à la bougie. Jester at Work sait se faire plus pop avec peu (Come back Soon et son métallophone illumine la nuit). Ailleurs, les choeurs et des percussions éparses amènent même une touche de mysticisme shamanique. Antonio Vitale aurait-il bu du peyolt ; on peut parfois se poser la question (Green Eyes, Estaçion 14). En tout cas, certaines visions psychédéliques déforment un peu la réalité et font entrer la musique dans une dimension plus irréelle. Entre Mark Lanegan, Neil Young et Greg Ashley le leader de Gris Gris, un disque habité d’hommes, de vautours et d’esprits. (3.5)
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MUSICZINE (BE) / link
A peine un an après la sortie de « Lo-Fi, Back to Tape », l’Italien Antonio Vitale –alias Jester at Work– s’est déjà remis au travail et prouve par la même occasion qu’il a opté pour le bon patronyme… « Magellano » a été composé à proximité d’un port, et les bateaux avaient probablement pour destination l’Amérique, car tout chez Jester respire les States, de sa voix goudronnée à ses divagations blues acoustiques. L’homme fait imparablement penser à un Admiral Freebee italien ou à un Johnny Cash qui serait né et aurait vécu à Pescara ! « Magellano » regorge de pépites, élaborées dans l’esprit proche de l’illustre explorateur. Les plus belles ? Le très court « Little Sad Song » et le féroce « Estacion 14 ». A découvrir absolument !
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TASTYFANZINE (UK) / link
The pseudonym of songwriter Antonio Vitale, Jester At Work releases his second album ‘Magellano’. Conceived a short distance from a port (“…the perfect place from which to sail away, and at the same time, a place that offers no reason to stay”…), the album tells of a journey of discovery to the shores of a new world. Recorded entirely in analog, ‘Magellano’ is stripped bare, leading to a genuine sense of vulnerability and honesty. The lack of modern technologies by no means results in a predictable sound as many songs are sparse and often feature the simple accompaniment of acoustic guitar, albeit distorted or with the sound that they were recorded using the most primitive of recording techniques. Comparisons could certainly be successfully drawn with Nick Caves’ more haunting releases alongside the soft percussion used by artists such as Nick Drake and Elliott Smith. This is enchanting album, and one that deserves praise for its ambition and the melancholic mood it creates.
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FILEUNDER (NL) / link
De release van het debuutalbum van Jester At Work, Lo-Fi Back To Tape, is blijkbaar relatief succesvol geweest. In Italië kwam dat album in 2008 al uit, de rest van de wereld kon er vanaf 2011 kennis mee maken, toen de plaat her en der in de importbakken opdook. En dus lijkt het alsof de tweede plaat van Antonio Vitale aka Jester At Work- in de ware geest van lo-fi - razendsnel na de vorige uitkomt, maar helemaal correct is dat dus niet. Nog steeds klinkt de bariton van Vitale diep en donkerbruin en de begeleiding bestaat nog steeds uit sober en meestal akoestisch gitaarwerk, minimale drums en hier en daar iets dat op andersoortige percussie lijkt. Ook houdt hij nog steeds hetzelfde mid-tempo aan als op zijn debuut. De enige echte verandering is de manier van opnemen. Klonk Lo-Fi Back To Tape zoals de titel: rechtstreeks op tape, ergens in een oefenruimte opgenomen, Magellano is wel degelijk in een studio opgenomen. Maar, meldt de bio trots, geheel analoog. Voor wat het waard is. Want waar het om gaat zijn de liedjes van Antonio Vitale en die klinken nog steeds fijn. Hoogtepunt: opener "The Branch". Alsof de Bill Callahan uit het midden van de jaren negentig nooit is weggeweest. En dat is een groot compliment.
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PSYCHEDELIC FOLK (UK) / link
This is the singer/songwriter project of Antonio Vitale. Basically the songs seem to have been born out of a couple of inspirations. The content and lyrical inspirations come forth from the setting of a port, with smells of oil and dust and the desire to take a boat trip out of here. The inner tension is heavy as a rock, the mind starts humming, rocking, bluesing like talking in a sleep, from a situation that won’t pass or change. The lyrics for some part are forming a rhythm, so that the language of music comes out of the language of words, where the songs become melodic rhythms, but elsewhere, like the hanging there too long it is just the blues and rock itself that dominates over the weight of words. Most attraction remains in those rhythmical musical language, the singing can be deformed for it (in a few tracks). There are also some arrangements (besides the foundation of acoustic guitar with voice) with harmony vocals..
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TITEL MAGAZINE (DE) / link
Was war nochmal wichtiger? Singer oder Song? Beides natürlich! Neuer Stoff für verhinderte Seemänner und andere Träumer. Von TOM ASAM. Im Wochentakt schneien momentan neue Platten großartiger Künstler aus Italien herein. Alles andere als närrisch ist das Album Magellano von Antonio Vitale alias Jester at Work. Musik, die in Hafennähe aus dem Nebel steigt. Salz und Ölduft in der Nase folgen wir der verhaltenen Stimme und lassen uns ein auf einen Trip aufs offene Meer. Ausschließlich mit analoger Technik agiert der Jester, wie der Seemann auf dem alten Segelboot. Weitgehend reduziert sich das Geschehen auf Stimme und akustische Gitarre, zusätzliche instrumentale Einwürfe erfolgen sehr behutsam. Magellano ist ein fragiles Werk, das seine Schönheit nur dem preisgibt, der sich in aller Ruhe darauf einlässt. Die Gedanken kreisen von Klassikern des Singer/Songwriter-Genres bis zu Mark Lannegan, bis sie sich im Nebel auflösen. Ein Geheimtipp – nicht nur für Narren.

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ROCKIT / ROBERTA D'ORAZIO / link
I sogni viaggiano con gli stessi mezzi su cui corrono gli esseri umani. Scarpe, macchine usate, autobus. Barche. Soprattutto barche. Molto spesso sono solo i sogni a viaggiare, mentre tu stai fermo a guardare le tue scarpe, la tua macchina usata o l'autobus che passa lasciandoti alla fermata. E le barche che guardi sono perlopiù dei marinai che sembrano avere cent'anni e hanno i volti consumati dalla fatica e dal sole: ogni ruga è uno scrigno che conserva una storia che vorresti ascoltare. Quando cresci in una piccola città portuale, è facile che da bambino tu possa aver sognato di diventare un esploratore dei sette mari, di solcare quelle acque che a distanza di anni ti sembreranno trappola e acquitrino, e che in quel momento appaiono come distesa immensa di libertà e possibilità di un agognato altrove. Jester at Work, al secolo Antonio Vitale, conserva nelle undici tracce di “Magellano” quello stesso sguardo (dis)incantato di chi è pronto a salpare, proponendoci un album “interamente concepito a pochissima distanza da un porto”. Corde della chitarra impastate di salsedine e quella voce, profonda come l'abisso e calda come il sole. Il lieve fruscio che ondeggia in sottofondo, frutto della registrazione in analogico, ci regala un delizioso sapore vintage. Dopo aver gettato l'ancora in una tradizione nutrita dall'ascolto del folk d'oltreoceano, il cantautore non rinuncia a navigare con coraggio tra le acque della sperimentazione lo-fi in pezzi come “Green eyes”. Le note di “The branch” sono annodate con sapienza marinaresca in un arpeggio che ricorda i fraseggi di Tim Buckley, la cui influenza pervade anche la bellissima “This night will be dead”. Con “Deep black sea” e “Unsolved (Mistery) Misery” affondiamo nelle sonorità di Mark Lanegan: canzoni che trasudano sale e sudore di una notte insonne. Lo spirito di Johnny Cash riecheggia sul veliero in pezzi come “December”. “Estacion 14” racchiude in sé tutto questo e ha il ritmo inesorabile e tenace dei remi. La finale “Alphabet tree” è insieme deriva e approdo, con un testo che racconta la volontà di partire e un arrangiamento che sembra invece comunicare che il nostro cantautore è già arrivato lungo le coste di quell'America verso cui “Magellano” guarda con tanta sicurezza. Credo dunque di poter affermare che Jester at work non avrebbe potuto scrivere un album così bello, se non avesse abitato in una piccola città portuale, di quelle che mettono in fuga i sogni e che al contempo ti insegnano a proteggerli, perché in fondo non abbiamo tesori oltre questi. E in una piccola città portuale non puoi perderti, perché sai sempre da che parte è il mare. Allo stesso modo, Antonio Vitale ha ben sviluppato il senso dell'orientamento che gli consente di tenere saldi i suoi riferimenti musicali, senza il timore di un naufragio e senza la paura di osare. Il suo faro sono undici canzoni bellissime scritte di suo pugno. Il vento favorevole soffia nelle vele del suo incredibile talento che lo porterà, di certo, lontano da queste sponde.
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IL FATTO QUOTIDIANO / MARCO PIPITONE / link
La musica è morta alla fine degli anni ’70?
Facciamo riferimento alla musica del 2012 oppure proseguiamo rivolgendo lo sguardo al passato? Si preferisce rincorrere il mito o meglio fermarsi e riprendere fiato? Dal punto di vista musicale far fronte al periodo in cui viviamo è certamente difficile: i luoghi comuni (ammesso che lo siano), dominano le nostre incertezze. “La musica è morta alla fine degli anni 70!” qualcuno afferma. Vero o falso che sia, il passato rappresenta indubbiamente un rifugio sicuro ma uscire allo scoperto, per scrutare l’orizzonte, può regalare improvvise soddisfazioni. Pare già di sentire i soliti cori a difesa del “tempo che fu”. I nati negli anni 50, posti in prima fila, rivendicano l’opera omnia dei Beatles e dei Rolling Stones. I sessantottini, ancor più rapidi, invocano il Flower Power, per non parlare di quelli cresciuti a pane e anni 80: non vedono l’ora di cotonarsi i capelli, nella speranza che un giorno Robert Smith possa tornare ad illuminare la strada. Poveri illusi! Per gettarli nell’inesorabilità dello sconforto è bastato un pugno di pischelli, maturati al suono corposo degli anni 90, i quali a detta loro, sono ingiustamente sottovalutati: “Perché Nirvana Massive Attack e Oasis – concludono – a quei tempi non pettinavano certo le bambole”! E ai giorni nostri? Cosa combinano le nuove generazioni? Quali sarebbero i loro ascolti? Ammesso che vi siano, dovrebbero essere supportati da un corso accelerato sulle dinamiche che storicamente regolano la musica, la quale si sostiene comprandola e non scaricandola, rinnovando in tal modo tradizione, cultura e speranze. Dite che mancano i soldi? Quelli della mia generazione a diciotto anni, per accaparrarsi il disco nuovo dei Bauhaus, erano disposti a tutto, anche a fare la fame. Tornando al presente musicale, è l’onestà d’intenti il focolaio al quale attingere e non la ricerca forsennata del futuro. In tempi come questi può essere sufficiente anche e solo individuare lo spirito rinnovato di un grande artista, il quale, se ben indirizzato, può sempre fare la differenza. È il caso di Mark Lanegan. Un ritorno che agita i territori sconfinati dell’inquietudine e restituisce alle nostre incertezze la giusta dignità. Blues Funeral funziona almeno quanto un lifting facciale: via i segni del tempo (gli esordi), fuori le ruvidità (Screaming Trees), soppresse pure le negligenze passate (dischi solisti). Il lavoro che ne consegue esalta l’opera di un rocker in stato di grazia. Compratelo (e non scaricatelo), ne vale la pena. Conoscete le First Aid Kit? Le due sorelline svedesi arrivate alla terza fatica discografica, sono capaci di rispolverare la miglior tradizione cantautorale americana, decifrandone i dogmi con cognizione di causa. The Lion’s Roar è il frutto di un’integrità artistica che, seppur derivativa, lascia senza fiato. Provare per credere. In Italia invece che succede? Nell’attesa di ascoltare Padania (se è bello come il titolo “siamo a posto”) degli Afterhours, è la casualità a governare gli ascolti. La rotta intrapresa porta in Abruzzo, più precisamente a Pescara, Antonio Vitale in arte Jester at Work ha dato vita a Magellano, un album che illumina a giorno il fantasmagorico sottobosco musicale. L’analogico flirta con l’elettronica misurata mentre i toni virati delle chitarre evidenziano una voce da brividi. Difficile fare meglio. Dunque, in attesa che la nuova frontiera della musica si riveli, il solito dj qualunque, a sostegno della propria tesi ha trovato soltanto tre dischi su nove, e preoccupandosi, si chiede come farà a trovare i restanti sei prima che il passato torni prepotente a bussare alla sua porta. 9 canzoni 9 … per (non) dimenticare il passato
Lato A
This Night Will Be Death • Jester At Work
In the Hearts of Men • Firs Aid Kit
No Future, No Past • Cloud Nothings
Another Bad • The Twilight Sad
Lato B
Queen of Denmark • Sinead O’Connor
Ode to Sad Disco • Mark Lanegan
Show me Everything • Tindersticks
I Spit Roses • Peter Murphy
Show Me the Place • Leonard Cohen
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ROCKSHOCK / IVAN MASCIOVECCHIO / link
Se fosse arrivato da un Paese lontano, magari da uno di quelli di area anglofona (come il nome e la lingua utilizzati lascerebbero intendere), meglio ancora se carico di polverose storie e suggestioni d’Oltreoceano, probabilmente Jester at Work avrebbe conquistato ben altro peso specifico nell’assopito, e provincialotto, circo musicale di casa nostra. Era il 2009, infatti, quando il suo album d’esordio Lo-fi Back To Tape, con quell’insolita mezcla di folk, sperimentalismo, rock e songwriting old style, impastata da una voce profonda come il peccato e registrata esclusivamente con l’ausilio di un multitracce a cassetta Fostex made in Japan, vide la luce, riscuotendo l’attenzione di pubblico e critica, sebbene senza riuscire ad oltrepassare il pur nobile recinto della scena underground. Oggi, a distanza di tre anni da quell’esperienza, l’italiano anzi l’abruzzese anzi il pescarese (ora capite a cosa si alludeva in apertura?) Antonio Vitale è tornato at work per deliziarci con lo splendido Magellano, un lavoro se possibile ancora più intimo ed introspettivo, per certi aspetti quasi doloroso, intriso com’è di pensieri, salsedine e petrolio, essendo stato interamente concepito in una casa con vista sul porto canale della cittadina adriatica, ormai desolatamente destinato alla completa inattività causa cronico insabbiamento dei fondali. Come per il navigatore a cui deve il suggestivo nome, è l’istinto del viaggio, l’ansia della scoperta, la voglia di conoscenza, il sottotesto che pervade ed anima le undici tracce di questo disco bellissimo e commovente; un silenzioso cammino all’interno di sé musicalmente sorretto dalle sonorità lievi come un soffio di vento della inseparabile chitarra acustica dello stesso Vitale (The Branch, Little Sad Song), da qualche giro di basso giustamente inquieto (Unsolved (Mistery) Misery), da cori e riverberi soffusi (Green Eyes) e da sporadici tamburi vellutati (Estaçion 14); nonché da un timbro vocale caldo e cavernoso (Deep Black Sea) capace allo stesso tempo di pacificare e fomentare l’animo dell’ascoltatore con la stessa identica intensità. Una naturale attitudine lo-fi per un rock di affascinante matrice analogica, realizzato ancora una volta presso gli spazi e con il supporto della Twelve Records, una casa del suono e dell’utopia edificata nell’entroterra pescarese (a Tocco da Casauria, per la precisione) da Andrea Di Giambattista e Francesco Di Florio i quali, mossi esclusivamente dal fuoco sacro della passione, negli anni hanno avuto la forza e l’ardire di trasformare uno studio di registrazione in etichetta discografica, dando vita così ad un’altra di quelle storie (stra)ordinarie che solo la provincia meccanica sa regalare. E a conferma che è proprio ai margini (dell’impero) che le cose (belle) accadono, dopo la presentazione ufficiale avvenuta lo scorso venerdì presso gli spazi living di Farmindustries, una stimolante fattoria creativa dove si coltivano idee, collaborazioni e progetti, Magellano è ora dunque pronto per partire alla conquista del proprio destino, imprigionando il cuore di chiunque voglia lasciarsi ammaliare dal racconto delle sue storie semplici eppure così autentiche e vibranti di sogni e di vita.
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THE SHIP MAGAZINE / LEOPOLDO SORBO / link
Jester at work, alias Antonio Vitale, compositore e chitarrista pescarese, da sempre attivo nella scena musicale e dal 2005 con la nascita del progetto Jester at work, sta salendo alle luci della ribalta e con il suo ultimo lavoro, Magellano, è pronto per la definitiva consacrazione. Premettendo che il disco è stato registrato in analogico e su tutte le tracce la presenza del leggero fruscio in sotto fondo ci da quella sensazione nostalgica, come se venisse da lontano da un`epoca ormai passata, come se volesse creare un distacco da questa società moderna. Antonio ha portato alla luce un album dal sapore rock folk ma non ha rinunciato ad osare e portare sfumature lo-fi come in `Green eyes` in assoluto il pezzo capace più di ogni altro di rappresentare meglio `Magellano` e di che pasta è fatta Jester at Work. La purezza della chitarra e la voce di Antonio, a tratti laneganiana, sembrano creare un contrasto perfetto capace di condurti in viaggio lungo tutto l`ascolto delle 11 tracce, composte e arrangiate in maniera deliziosa. Album da avere nella propria collezione per ascoltarlo e riascoltarlo. Consigliato!
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OSSERVATORI ESTERNI / ORAZIO MARTINO / link
Se la ragione di vita è il blues e l'obiettivo finale la pace interiore, "Magellano" è il (signor) disco che dovrebbe fare al caso vostro. La firma quella di Antonio Vitale, artisticamente Jester At Work, dalle lande abruzzesi e fuori dal grande circuito mediatico, con un album in grado di sposare folk, blues e psichedelia con umiltà, attitudine lo-fi e rispetto per la grande tradizione.
Excursus cronologico-artistico che ha già distillato le grandi stagioni del folk per ritagliarsi uno spazio tra i primi vinili di Lanegan e le praterie sconfinate del Johnny Cash anni zero. Ad assicurarne un'impronta decisamente a passo coi tempi, gli insegnamenti allegorici del Brendan Perry di "Eye Of The Hunter", per la consegna dello scettro di erede mediterraneo.
Un disco di canzoni che rimbombano come il cantico popolare di una tradizione smarritasi nei secoli, le note di una colata lavica con il cielo carico di nubi e una tempesta di neve all'orizzonte. Canzoni come "December" e "Come Back Soon" inaugurano un cammino intriso di pathos e spiritualità. "Unsolved (Mistery) Misery" ed "Estacion" fanno ancora meglio, alimentando incubi claustrofobici e rituali messicani (micidiali le frustate di chitarra ad infuocarne l'incedere).
Adesso, se il nostro fosse un mondo migliore, Jester At Work aprirebbe tutte le date italiane di Mark Lagenan, senza se e senza ma. Ma le cose, da queste parti, funzionano esattamente in un altro modo, e in questo momento mi riesce solo una cosa, naturale e spontanea: consigliarvi vivamente questo disco!
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STORDISCO / MICHELE MONTAGANO / link
Ci sarebbe da chiedersi quanto la dimensione privata influenzi artisti intenti a far, più che arte, artigianato. Opere rustiche che nascono dalla propria estensione più intima per poi abbracciare la causa live nei locali di turno, portando quelle atmosfere e suggestioni impresse tra le proprie quattro mura in ambienti più ampi. Magellano oltre ad esser stato il primo esploratore a circumnavigare il globo è anche il nome della via in cui vive il pescarese Antonio Vitale che decide così di intitolare il suo secondo album. Magellano nasce nelle immediate vicinanze di un porto e mostra i tratti tipici di un'opera minimale ed introspettiva sviluppatasi attorno ad esigenze artistiche fortemente incanalate in contesti artigianali. Ne è forte prova l'uso della registrazione analogica, quel fruscio di fondo onnipresente, quasi protagonista in quei brevi silenzi che emergono tra accordi e arpeggi di chitarra, strumenti accessori come il metallophone ed una voce che sembra quella di un Lanegan con meno nicotina in gola e dotata di quella leggerezza impalpabile che tanto ci fece amare Nick Drake (“vedere “The Branch” e “Come Back Soon”). C'è dunque di fondo un forte richiamo alla tradizione cantautorale anglosassone (John Martyn) e d' oltreoceano (Tim Buckley e, i più recenti, Will Oldham e Elliott Smith), in un songwriting maturo e convincente. Il calore emozionale dell'opera nel suo insieme si avvale anche di episodi tipicamente più aperti alla sperimentazione come “Green Eyes” o abbraccia la causa folk più classica in “Little Sad Song”, breve intermezzo a là Johnny Cash corrotto solo da accenni fantasmagorici di piano vibrato. Le pennellate dell'affresco si fanno più cupe e, se possibile, ancora più confidenziali sulle note di “Deep Black Sea” e “Unsolved (Mistery) Misery” mentre, a riprova di un talento versatile, giungono le mantriche lisergie di “Estacion 14” o l'indolenza crepuscolare di “This Night Will Be Dead”, a lasciar intendere quanto lo stile di Vitale si ponga come una sorta di vademecum dell'estetica d'autore globale. A mettere il punto ad un lavoro che, senza saperne la provenienza, difficilmente assoceremmo alla nostra penisola, vi è la splendida “Alphabet Tree” legata ad una tradizione country-blues immortale che non potrà mai smettere di affascinare. Come Magellano partì per mari e terre inesplorate, così Jester at Work è pronto per salpare da quello stesso porto nei pressi del quale questa bellissima prova ha avuto origine ed inserirsi meritevolmente in un contesto musicale più grande. Mettetevi comodi, tabacco in una mano, bicchiere di whiskey nell'altra e lasciatevi andare tra le pieghe acustiche e pregne di salsedine di Jester.
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SOHA NEWS / ANDREA DI NISIO / link
Prossimamente sul vostro lettore “Magellano” il nuovo album di Jester at work ideato a pochi passi dall’evocativo scenario del porto canale pescarese e prodotto dalla Twelve record: una casetta con gli interni in legno nella zona industriale di Tocco da Casauria, zeppa di strumentazione vintage “trafugata” nel 2008 dagli studi della BBC di Glascow. Dopo la fuga con registratori a bobine Studer, microfoni e riverberi vari Andrea Di Giambattista e Francesco Di Florio iniziarono la loro avventura registrando l’album di un quintetto pescarese che di lì a poco sarebbe stato recensito sul quotidiano inglese The Sun: era il 2008 e loro si chiamavano Zippo, oggi in scaletta al Desert fest di Londra insieme a mostri sacri dello scena Stoner metal come Orange goblin e Karma to burn. Con “Lo-fi back to tape” (2009) debutto di Jester at work, la Twelve record si è trasformata da studio di registrazione in etichetta discografica svelando la sua vocazione verso la schiettezza del suono analogico. Antonio Vitale (in arte Jester at work) incise un’audiocassetta con un romantico e obsoleto registratore a quattro tracce, una scelta coraggiosa, che convinse i due della Twelve a dare un’ordinata (missata ndr) ai suoni e pubblicare il disco con il loro marchio. Dopo la scintilla innescata da “Lo fi Back to tape” i due direttori artistici hanno sperimentato i più disparati generi: dallo psychobilly dei Fiftyniners al cabaret rock dei Cesarians sino all’indie scanzonato dei Wolfgang shock. Questo approccio musicale a trecentosessanta gradi unito all’attitudine punk del do it yourself e alla conseguente logica dell’autofinanziamento spingono Di Giambattista e Di Florio a scandagliare le proposte creative provenienti dal profondo dei garage e delle sale prove polverose della provincia musicale alla ricerca di personalità, originalità e schiettezza.
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OZIO MAGAZINE / MAURIZIO DI FAZIO / link
Domani, venerdì sera dalle 22, presso “Farmindustries” in via F. Foreste 9/2 a Montesilvano Marina (non il consueto stanzone riadatto a musica dal vivo ma una specie di piccola Factory, e questa scelta è già tutto un programma), concerto di Jester at Work. Ingresso gratuito. “Rassicurante, imponente, fresco. Una voce che è un fuoco allegro al quale non si riesce a rimanere indifferenti” (Fuori dal Mucchio). “Un album che illumina a giorno il fantasmagorico sottobosco musicale. L’analogico flirta con l’elettronica misurata mentre i toni virati delle chitarre evidenziano una voce da brividi. Difficile fare meglio” (Il Fatto Quotidiano). Giusto per estrapolarvi due frammenti giornalistico-musicali, lapidari come da tradizione, dell’entusiasmo che ha accolto la recentissima uscita di “Magellano“, secondo album di Jester at Work (all’anagrafe Antonio Vitale), defilato e integro e parecchio creativo cantautore pescarese, che le sviolinate e i peana dei critici musicali “di professione” o della domenica certo non se li va a cercare, mica anela a un posto nel purgatorio di quel che resta dello showbiz indie-in; e proprio per questo forse, suonano più graditi. Così come suona benissimo quest’album, prodotto come il precedente dalla Twelve Records e registrato col solo ausilio di un polveroso multitracce analogico a cassetta Fostex made in Japan, e della sua inseparabile chitarra acustica. “Magellano“, evocativo fin dal titolo, suona classico e romantico, sognante e picaresco, raccolto ma molto meno ermetico di quanto ci si potrebbe attendere da un musicista “onda lunga degli anni ’90″, che è stato a più riprese paragonato, per intenderci meglio, a mr. Bonnie “Prince” Billy (o all’Howe Gelb solista, aggiunge, senza colpo ferire, chi vi scrive). Eccovi un pezzo di questo suo nuovo disco, per farvene una idea più empirica: http://www.youtube.com/watch?v=q6qnczWhmbo
“Magellano è un album interamente concepito a pochissima distanza da un porto: un porto che sa di sale e di petrolio, dove i pescherecci riposano dopo notti di fatica e sudore. È il posto perfetto dal quale salpare e, al tempo stesso, un luogo che non dà una ragione in più per rimanere. In viaggio verso le coste di un altro mondo, a cavallo di onde fatte di nuvole e di fumo, galleggiando piano su chitarre acustiche, percussioni morbide, voci e cori che lasciano il segno. Giungere da deserti remoti per sostare all’ombra del faro”.
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IYEZINE / FRANCESCO CERISOLA / link
Antonio Vitali (Jester At Work) approda alla seconda prova con il suo Magellano. Antonio Vitali (Jester At Work) approda alla seconda prova sulla lunga distanza con il suo Magellano. Il disco, uscito per Twelve Records (come il precedente), si compone di undici canzoni torride e scarne, dove ad avere il sopravvento sono la forza evocativa e l'incisività, la tradizione cantautorale americana e la lezione grunge anni '90. Il via al lavoro è dato dalla vivace ed espressiva The Branch che, giocando solo su chitarra e voce, crepita come un falò nel deserto, prima di cedere la parola a December, alla sua voce grave e alle sottili quanto tese linee melodiche che la caratterizzano (mentre fuori dalla nostra tenda cade la pioggia). Come Back Soon (voce, chitarra, metallofono e maracas) scorre rovente ed evocativa (grazie al suo piglio trasandato e impolverato), incrociandosi con Green Eyes che, sulla stessa lunghezza d'onda, procede assolata e sudata. Little Sad Song vorrebbe essere il ritorno a casa, al sicuro, tra lenti ondeggiamenti (come farsi cullare dalle onde del mare) e atmosfere distese e rilassate, ma è solo un attimo. Deep Black Sea, in un batter di ciglia, scuote la nostra barca con la sua nera incisività (seppur solo chitarra e voce), aprendo all'ineluttabile Unsolved (Mistery) Misery che, come se ci stesse risucchiando in un gorgo da cui non c'è via di scampo, scorre tesa e inarrestabile. This Night Will Be Dead, leggermente più sgranata nel suono, lascia intravedere la quiete dopo la tempesta (i distesi e solari ritornelli) mentre Remember To Remember, con i suoi strumenti squillanti sullo sfondo (mandolino su tutti), scorre sicura e determinata, sfiorando il cuore dell'ascoltatore con la sua serenità ritrovata. Estacion 14, infine, sudata e vigorosa, scorre calda e intensa, lasciando spazio alla conclusiva Alphabet Tree, al suo lento crescere (disteso e pacifico) e a alla breve ghost track strumentale (en plein air) posta in coda a tutto. Magellano è un disco suonato riducendo all'osso la strumentazione e dove le canzoni emozionano per la loro intensità melodica ed evocativa. Un disco che deve molto alla tradizione cantautorale americana quanto alla lezione grunge anni '90. Undici capitoli che necessitano di più ascolti per essere assimilati, ma di cui, una volta entrati in circolo, non potrete più fare a meno.
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BENZINEMAG (FR) / DENIS ZORGNIOTTI / link
Quelques mois après son premier album chroniqué ici même, revoilà AntonioVitale alias Jester at Work. Avec ce barbu intraitable, la donne n’a pas vraiment changé : un disque de folk-rock crépusculaire, aride et sobre enregistré à l’ancienne, en analogique. Pourtant, l’Italien bénéficie ici d’un vrai studio et voit la plupart de ses compositions étoffées en terme d’arrangement; il se dessine derrière lui un vrai groupe (le blues rock Unsolved Mistery Msery sur les traces de Mark Lanegan). Sublimées par une voix virile et enveloppante, ces chansons rugueuses allient souvent une guitare électrique sourde avec une acoustique 12 cordes à la sonorité vibrante, comme la rencontre de la poussière et de l’air éclairée à la bougie. Jester at Work sait se faire plus pop avec peu (Come back Soon et son métallophone illumine la nuit). Ailleurs, les choeurs et des percussions éparses amènent même une touche de mysticisme shamanique. Antonio Vitale aurait-il bu du peyolt ; on peut parfois se poser la question (Green Eyes, Estaçion 14). En tout cas, certaines visions psychédéliques déforment un peu la réalité et font entrer la musique dans une dimension plus irréelle. Entre Mark Lanegan, Neil Young et Greg Ashley le leader de Gris Gris, un disque habité d’hommes, de vautours et d’esprits. (3.5)
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MUSICZINE (BE) / link
A peine un an après la sortie de « Lo-Fi, Back to Tape », l’Italien Antonio Vitale –alias Jester at Work– s’est déjà remis au travail et prouve par la même occasion qu’il a opté pour le bon patronyme… « Magellano » a été composé à proximité d’un port, et les bateaux avaient probablement pour destination l’Amérique, car tout chez Jester respire les States, de sa voix goudronnée à ses divagations blues acoustiques. L’homme fait imparablement penser à un Admiral Freebee italien ou à un Johnny Cash qui serait né et aurait vécu à Pescara ! « Magellano » regorge de pépites, élaborées dans l’esprit proche de l’illustre explorateur. Les plus belles ? Le très court « Little Sad Song » et le féroce « Estacion 14 ». A découvrir absolument !
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TASTYFANZINE (UK) / link
The pseudonym of songwriter Antonio Vitale, Jester At Work releases his second album ‘Magellano’. Conceived a short distance from a port (“…the perfect place from which to sail away, and at the same time, a place that offers no reason to stay”…), the album tells of a journey of discovery to the shores of a new world. Recorded entirely in analog, ‘Magellano’ is stripped bare, leading to a genuine sense of vulnerability and honesty. The lack of modern technologies by no means results in a predictable sound as many songs are sparse and often feature the simple accompaniment of acoustic guitar, albeit distorted or with the sound that they were recorded using the most primitive of recording techniques. Comparisons could certainly be successfully drawn with Nick Caves’ more haunting releases alongside the soft percussion used by artists such as Nick Drake and Elliott Smith. This is enchanting album, and one that deserves praise for its ambition and the melancholic mood it creates.
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FILEUNDER (NL) / link
De release van het debuutalbum van Jester At Work, Lo-Fi Back To Tape, is blijkbaar relatief succesvol geweest. In Italië kwam dat album in 2008 al uit, de rest van de wereld kon er vanaf 2011 kennis mee maken, toen de plaat her en der in de importbakken opdook. En dus lijkt het alsof de tweede plaat van Antonio Vitale aka Jester At Work- in de ware geest van lo-fi - razendsnel na de vorige uitkomt, maar helemaal correct is dat dus niet. Nog steeds klinkt de bariton van Vitale diep en donkerbruin en de begeleiding bestaat nog steeds uit sober en meestal akoestisch gitaarwerk, minimale drums en hier en daar iets dat op andersoortige percussie lijkt. Ook houdt hij nog steeds hetzelfde mid-tempo aan als op zijn debuut. De enige echte verandering is de manier van opnemen. Klonk Lo-Fi Back To Tape zoals de titel: rechtstreeks op tape, ergens in een oefenruimte opgenomen, Magellano is wel degelijk in een studio opgenomen. Maar, meldt de bio trots, geheel analoog. Voor wat het waard is. Want waar het om gaat zijn de liedjes van Antonio Vitale en die klinken nog steeds fijn. Hoogtepunt: opener "The Branch". Alsof de Bill Callahan uit het midden van de jaren negentig nooit is weggeweest. En dat is een groot compliment.
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PSYCHEDELIC FOLK (UK) / link
This is the singer/songwriter project of Antonio Vitale. Basically the songs seem to have been born out of a couple of inspirations. The content and lyrical inspirations come forth from the setting of a port, with smells of oil and dust and the desire to take a boat trip out of here. The inner tension is heavy as a rock, the mind starts humming, rocking, bluesing like talking in a sleep, from a situation that won’t pass or change. The lyrics for some part are forming a rhythm, so that the language of music comes out of the language of words, where the songs become melodic rhythms, but elsewhere, like the hanging there too long it is just the blues and rock itself that dominates over the weight of words. Most attraction remains in those rhythmical musical language, the singing can be deformed for it (in a few tracks). There are also some arrangements (besides the foundation of acoustic guitar with voice) with harmony vocals..
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TITEL MAGAZINE (DE) / link
Was war nochmal wichtiger? Singer oder Song? Beides natürlich! Neuer Stoff für verhinderte Seemänner und andere Träumer. Von TOM ASAM. Im Wochentakt schneien momentan neue Platten großartiger Künstler aus Italien herein. Alles andere als närrisch ist das Album Magellano von Antonio Vitale alias Jester at Work. Musik, die in Hafennähe aus dem Nebel steigt. Salz und Ölduft in der Nase folgen wir der verhaltenen Stimme und lassen uns ein auf einen Trip aufs offene Meer. Ausschließlich mit analoger Technik agiert der Jester, wie der Seemann auf dem alten Segelboot. Weitgehend reduziert sich das Geschehen auf Stimme und akustische Gitarre, zusätzliche instrumentale Einwürfe erfolgen sehr behutsam. Magellano ist ein fragiles Werk, das seine Schönheit nur dem preisgibt, der sich in aller Ruhe darauf einlässt. Die Gedanken kreisen von Klassikern des Singer/Songwriter-Genres bis zu Mark Lannegan, bis sie sich im Nebel auflösen. Ein Geheimtipp – nicht nur für Narren.
JESTER AT WORK / LO-FI, BACK TO TAPE
RASSEGNA STAMPA

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FUORI DAL MUCCHIO / FRANCESCA OGNIBENE / link
Sono una DJ abbastanza d’esperienza per avere attraversato gli anni 80, quando si trasmetteva via radio anche tramite le cassette. L’unica comodità era che i mangianastri professionali bloccavano la traccia quando finiva la canzone. Per questo e per altro che vi dirò entro la fine di questo pezzo: io amo quest’uomo. Non poteva che portarmi indietro nei ricordi con i suoi appunti su cassetta e la voce rugosa che il fruscio caldo del nastro rende ancora più tagliente, quasi si dondolasse sul nastro magnetico e lo lucidasse, ma le cassette sono delicatissime dentro e forti fuori. Forti come corazze che se protette con la custodia durano tutta la vita. La musica di Jester At Work, nato Antonio Vitale, ha una presa immediata, perché fluidamente si porge con le sue ballate laneganiane e soffia in faccia la sua presenza. Lo senti morbido, rassicurante, imponente e fresco. La morbidezza per la sua voce che si cosparge di burro e diventa un biscotto alle mandorle. Rassicurante come in “I’m On Fire”, perché la linea tranquilla dei primi momenti non si fa acciaio freddo d’improvviso e porta a casa solo bonarietà, quasi come un Jim White italiano. Imponente come in “Sphinx”, perché ha una voce che è un fuoco allegro al quale non si riesce a rimanere indifferenti. Fresco come in “Invisibile Man”, perché è leggero: queste canzoni scorrono che è una meraviglia, e schiacciare il tasto “forward” non sarà mai necessario.
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MESCALINA / MASSIMO SANNELLA / link
Ballate ocra tendenti al rosso porpora, organetto e chitarra, psichedelia in slide, afternoons oziosi sbracati sotto il portico da concludere sul bagnoasciuga a raccogliere conchiglie e legnetti; di questo è fatto, a questo fa pensare “Lo-fi, back to tape” del pescarese Antonio Vitale alias Jester At Work. Interamente registrato in analogico su nastro magnetico 4-Tracks Fostex Recorder, ( si proprio quello delle Cassette da mangianastri), il cd si pregia all’istante di una immacolata innnocenza vintage di un Big Sur intramontabile; certo quella dello psich-country è una vecchia storia, è impossibile esser originali dal momento che tutto umanamente è già stato elucubrato, ma non è da considerare un male (anzi) riportarsi su quelle “onde”, quello che conta è farlo egregiamente. Jester A.W. in “Lo-fi, back to tape” fa questo: splendido folk spiritato, talmente intriso di “psilocibina e azimut” da far sballare dopo solo uno stereo-turn, talmente godibile come una session di mezzanotte di Benhart, talmente fatto bene in tutto! Una specie di bloc-notes acustico dove sono scarabocchiati i sogni di alcuni padri e nipoti del folk-rock; come sedersi in un bungalow in cui ti ritrovi a bere intrugli di alcool insieme ai tuoi idoli: ci sono gli spiritelli volatili di Brad Robert dei Crash Test Dummies (The worst cowboy), (Sphinx) e (Radiolove parade ’76), Ben Harper ( So sorry), (I’m on fire) e (A brand new motorbike), il Cash che danza con Neil Young (Resurrection), Mark Lanegan (Bog’s bubble) e (Right words), il sopracitato Benhart (Invisible man). Un disco scritto, cantato e suonato da questo musicista looner con la personalità di chi ha passato l’infanzia a studiare la collezione di LP di chi era già più grande; il risultato è un undici takes di ottima musica da assorbire e respirare a pieni polmoni, ma anche un disco che si pone dei macroscopici limiti, cioè nell’assenza assoluta di eventuali contrasti che differenzino i mondi dell’artista stesso e quelli dei modelli ispiranti, ma questo al momento è solo che l’inizio di una nuova storia, poi vedremo. “Lo-fi, back to tape” tuttavia rimane un eccellente biglietto da visita di presentazione di questo nuovo artista che avanza e da tenere d’occhio, un artista “analogico” con le sue radici stilistiche in ammollo in quell’Oceano che ci divide dai sogni, vizi e virtù dell’America, patria e culla di dolci suoni e sonanti fregature. Un nuovo personaggio e un nuovo modo di suonare psich-folk? Può darsi, intanto questo album, tra i suoi pregi e difetti, è roba da strapparci il biglietto di ritorno.
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SONICBANDS / FABIO IGOR TOSI / link
..mi piace moltissimo il suono di "lo-fi, back to tape". trasuda passione e gusto questo disco di jester at work, cantautore folk pescarese, al secolo antonio vitale. riscoprendo la bellezza di un registratore multitraccie a cassetta, il nostro ci confeziona undici canzoni notturne e intime di scuola americana, con reminescenze negli ascolti di mark lanegan, neil young e anche tom waits. il risultato è, in ogni modo, molto personale di grande livello soprattutto se contestualizzato nel panorama italiano. e che invidia il modo di cantare di antonio, la sua voce gentile e graffiante, bassa. composizioni all'apparenza minimali, ma con tanto rumore sotto, chitarre acustiche, armonica, piano e archi a completare ed "elevare" le atmosfere cupe e tese dell'album (licenziato dall'esordiente twelve records). che bella "i'm on fire", ma anche "not far from here", "invisible man", senza dimenticare il brano d'apertura "the worst cowboy". a stupire è la qualità complessiva di tutto il lavoro, un lavoro magnetico dall'inizio alla fine, che merita assolutamente attenzione e incitamento a continuare il percorso intrapreso, emozionando con il proprio gusto compositivo..
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KRONIC / ALBERTO LEONE / link
l primo vagito della neonata Twelve Records ha il timbro profondo e caldo di un barbuto cantautore della “selvaggia” terra d’Abruzzi. Come i pastori migranti celebrati dal vate corregionale, al di là del moniker esotico, Antonio Vitale rappresenta un mondo incontaminato dalla modernità, fatto di cose semplici dal sapore antico. Il nostalgico ricordo dannunziano della terra natia rievocato dallo sciabordio delle onde, dal calpestio insistito, da suoni e rumori che si fondono in una dolce armonia, ha assonanza con gli echi lontani di polvere, vento, calore che risuonano dal vecchio registratore Fostex a quattro tracce sul quale Jester At Work ha appuntato i propri flashback in bassa definizione. Fedele allo scopo essenziale e purtroppo spesso dimenticato della musica: emozionare. Senza malizia, con il fantasma di Johnny Cash ad indicargli la via e l’ombra oscura di Mark Lanegan ad instillargli dubbi e strani pensieri, il songwriter pescarese si presenta al vero e proprio esordio con un conto alla rovescia in chiave folk che ci riporta indietro nel tempo, sul filo sottile di un tintinnio chitarristico di volta in volta ipnotico (“The Worst Cowboy”), oscuro (“Sphinx”), magnetico (“Not Far From Here”), malinconico (“Bog’s Bubble”), fino al country blues di “Radiolove Parade ’76”. Con il fruscio della vecchia cassetta che emerge allo sfumare del pezzo e, quando si interrompe, ci risveglia bruscamente da un viaggio senza respiro lungo le strade di un passato più o meno lontano e indiscriminatamente mitizzato, ma comunque da non dimenticare.
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ALTERNATIZINE / DIEGO PANI / link
Cerchi rifugio nella tua stanza. Accendi lo stereo, metti su “lo fi, back to tape”, cuffie alle orecchie ed occhi chiusi. Parte “the worst cowboy” e la tua mente cambia colore. Comincia piano piano a somigliare ad un film in Technicolor. Sarà merito di quella chitarra acustica o di quel brusio in sottofondo, o magari di quell’armonica che appare qua e la, sta di fatto che Jester at Work ti ha trasportato lontano. Lui di certi suoni ne capisce, si nasconde sotto questo strano moniker ma al secolo rimane il pescarese Antonio Vitale, già cantante dei Warm Morning 616, che con questo disco si presenta nella sua veste da folk – singer, voce e chitarra alla mano. Per registrare “lo fi, back to tape” Antonio è corso indietro nel tempo, ha cominciato ad annotare le sue note e registrarle su un vecchio fostex, un registratore multitraccia a cassette. Una produzione Lo – Fi realmente contro tendenza questa, che restituisce alla musica folk quello stampo rurale che l’ha caratterizzata nei suoi anni migliori; un disco intimo, a volte quasi sussurrato, che odora di terra, di legno e di vino. Procedi nell’ascolto e ti sembra quasi di sentire un Woody Guthrie sbronzo suggerire gli accordi ad un Tom Waits d’annata. Il folk di razza si sviluppa nelle sue più liete commistioni, dagli slide quasi delta blues di “so sorry” passando prima per la tesa e criptica “i’m on fire”, approdando ad un pezzo d’ascendenza pop come “a Brand new motorbike”, (con tanto di “yeah yeah yeah” infilato nel ritornello) senza dimenticare i toni più cupi come quelli della melanconica “invisibile man”. Una continua tensione-distensione intorno alla scala pentatonica, un percorso intrapreso da chitarra e voce a cui si aggiungono una volta un piano, altre una percussione o addirittura un violoncello. Giungi cosi alla scanzonata bluesy “radiolove parade 76”, e ti accorgi che il disco è finito e tu lo sai già a memoria. Continui a tenere gli occhi chiusi e premi repeat.
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THE SHIP MAGAZINE / NICOLA CELLI / link
Partiamo da una considerazione che non c’entra nulla con la musica, o forse c’entra: uno che registra un disco nel 2009 usando un registratore multitracce a cassetta mi è molto simpatico, mi piacerebbe un giorno incontrarlo, andare a casa sua a vedere la collezione di dischi in vinile (sono sicuro che ce l’ha) per poi invitarlo a vedere la mia. Il disco d’esordio di Jester at Work è un disco di folk cantautorale che ricorda molto il Johnny Cash delle American Recordings di Rick Rubin. Il progetto è molto interessante e la prova è superata a pieni voti, le canzoni sono molto buone e gli arrangiamenti, seppure scarni, sono molto eleganti e raffinati, con cori appena accennati e sporadici interventi di armonica, archi e pianoforte. Non ci sono brani che spiccano, tutte le undici tracce contribuiscono a dare il senso di compiutezza ad un’opera che si lascia amare fin dal primo ascolto e che trasmette nello stesso tempo la malinconia della solitudine ed anche la gioia per la vita vissuta on the road. La voce di Jester at Work ha un timbro molto particolare, riesce ad essere calda e suadente ma anche graffiante quando è necessario, di sicuro non è monotona, e questo, per un disco acustico, è un grande complimento. Non ci rimane che consigliarvi l’acquisto del cd ed augurare le migliori fortune all’artista di origini Pescaresi.
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NERDSATTACK / EMANUELE TAMAGNINI / link
C’è il pescarese Antonio Vitale dietro Jester At Work. Un debutto. Un ritorno al nastro magnetico. L’uso di un 4-tracks recorder come notebook trasformatosi in supporto essenziale. Precisazione doverosa per introdurre undici tracce che vanno pasteggiate come si farebbe con un whisky doppio malto invecchiato al tempo e al sole. L’ex cantante dei Warm Morning 616 riprende la tradizione. Quella rugosa e cartavetrosa di ballate malinconiche e quasi buie che hanno riportato sul trono uno come Johnny Cash. Dietro a Vitale non c’è Rick Rubin, certo, ma ‘Lo-fi, Back To Tape’ è un disco maiuscolo che aprirà l’anima al primo ascolto. Con la semplicità, con cori quasi sommessi eppur belissimi, con la polvere incastrata negli anfratti, con il cuore che si dovrebbe avere per narrare storie come queste. Senza per forza di cose dover attraversare oceani e alpi per scovare barbuti songwriter dal visto stanco. Sorpresa. [****]

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FUORI DAL MUCCHIO / FRANCESCA OGNIBENE / link
Sono una DJ abbastanza d’esperienza per avere attraversato gli anni 80, quando si trasmetteva via radio anche tramite le cassette. L’unica comodità era che i mangianastri professionali bloccavano la traccia quando finiva la canzone. Per questo e per altro che vi dirò entro la fine di questo pezzo: io amo quest’uomo. Non poteva che portarmi indietro nei ricordi con i suoi appunti su cassetta e la voce rugosa che il fruscio caldo del nastro rende ancora più tagliente, quasi si dondolasse sul nastro magnetico e lo lucidasse, ma le cassette sono delicatissime dentro e forti fuori. Forti come corazze che se protette con la custodia durano tutta la vita. La musica di Jester At Work, nato Antonio Vitale, ha una presa immediata, perché fluidamente si porge con le sue ballate laneganiane e soffia in faccia la sua presenza. Lo senti morbido, rassicurante, imponente e fresco. La morbidezza per la sua voce che si cosparge di burro e diventa un biscotto alle mandorle. Rassicurante come in “I’m On Fire”, perché la linea tranquilla dei primi momenti non si fa acciaio freddo d’improvviso e porta a casa solo bonarietà, quasi come un Jim White italiano. Imponente come in “Sphinx”, perché ha una voce che è un fuoco allegro al quale non si riesce a rimanere indifferenti. Fresco come in “Invisibile Man”, perché è leggero: queste canzoni scorrono che è una meraviglia, e schiacciare il tasto “forward” non sarà mai necessario.
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MESCALINA / MASSIMO SANNELLA / link
Ballate ocra tendenti al rosso porpora, organetto e chitarra, psichedelia in slide, afternoons oziosi sbracati sotto il portico da concludere sul bagnoasciuga a raccogliere conchiglie e legnetti; di questo è fatto, a questo fa pensare “Lo-fi, back to tape” del pescarese Antonio Vitale alias Jester At Work. Interamente registrato in analogico su nastro magnetico 4-Tracks Fostex Recorder, ( si proprio quello delle Cassette da mangianastri), il cd si pregia all’istante di una immacolata innnocenza vintage di un Big Sur intramontabile; certo quella dello psich-country è una vecchia storia, è impossibile esser originali dal momento che tutto umanamente è già stato elucubrato, ma non è da considerare un male (anzi) riportarsi su quelle “onde”, quello che conta è farlo egregiamente. Jester A.W. in “Lo-fi, back to tape” fa questo: splendido folk spiritato, talmente intriso di “psilocibina e azimut” da far sballare dopo solo uno stereo-turn, talmente godibile come una session di mezzanotte di Benhart, talmente fatto bene in tutto! Una specie di bloc-notes acustico dove sono scarabocchiati i sogni di alcuni padri e nipoti del folk-rock; come sedersi in un bungalow in cui ti ritrovi a bere intrugli di alcool insieme ai tuoi idoli: ci sono gli spiritelli volatili di Brad Robert dei Crash Test Dummies (The worst cowboy), (Sphinx) e (Radiolove parade ’76), Ben Harper ( So sorry), (I’m on fire) e (A brand new motorbike), il Cash che danza con Neil Young (Resurrection), Mark Lanegan (Bog’s bubble) e (Right words), il sopracitato Benhart (Invisible man). Un disco scritto, cantato e suonato da questo musicista looner con la personalità di chi ha passato l’infanzia a studiare la collezione di LP di chi era già più grande; il risultato è un undici takes di ottima musica da assorbire e respirare a pieni polmoni, ma anche un disco che si pone dei macroscopici limiti, cioè nell’assenza assoluta di eventuali contrasti che differenzino i mondi dell’artista stesso e quelli dei modelli ispiranti, ma questo al momento è solo che l’inizio di una nuova storia, poi vedremo. “Lo-fi, back to tape” tuttavia rimane un eccellente biglietto da visita di presentazione di questo nuovo artista che avanza e da tenere d’occhio, un artista “analogico” con le sue radici stilistiche in ammollo in quell’Oceano che ci divide dai sogni, vizi e virtù dell’America, patria e culla di dolci suoni e sonanti fregature. Un nuovo personaggio e un nuovo modo di suonare psich-folk? Può darsi, intanto questo album, tra i suoi pregi e difetti, è roba da strapparci il biglietto di ritorno.
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SONICBANDS / FABIO IGOR TOSI / link
..mi piace moltissimo il suono di "lo-fi, back to tape". trasuda passione e gusto questo disco di jester at work, cantautore folk pescarese, al secolo antonio vitale. riscoprendo la bellezza di un registratore multitraccie a cassetta, il nostro ci confeziona undici canzoni notturne e intime di scuola americana, con reminescenze negli ascolti di mark lanegan, neil young e anche tom waits. il risultato è, in ogni modo, molto personale di grande livello soprattutto se contestualizzato nel panorama italiano. e che invidia il modo di cantare di antonio, la sua voce gentile e graffiante, bassa. composizioni all'apparenza minimali, ma con tanto rumore sotto, chitarre acustiche, armonica, piano e archi a completare ed "elevare" le atmosfere cupe e tese dell'album (licenziato dall'esordiente twelve records). che bella "i'm on fire", ma anche "not far from here", "invisible man", senza dimenticare il brano d'apertura "the worst cowboy". a stupire è la qualità complessiva di tutto il lavoro, un lavoro magnetico dall'inizio alla fine, che merita assolutamente attenzione e incitamento a continuare il percorso intrapreso, emozionando con il proprio gusto compositivo..
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KRONIC / ALBERTO LEONE / link
l primo vagito della neonata Twelve Records ha il timbro profondo e caldo di un barbuto cantautore della “selvaggia” terra d’Abruzzi. Come i pastori migranti celebrati dal vate corregionale, al di là del moniker esotico, Antonio Vitale rappresenta un mondo incontaminato dalla modernità, fatto di cose semplici dal sapore antico. Il nostalgico ricordo dannunziano della terra natia rievocato dallo sciabordio delle onde, dal calpestio insistito, da suoni e rumori che si fondono in una dolce armonia, ha assonanza con gli echi lontani di polvere, vento, calore che risuonano dal vecchio registratore Fostex a quattro tracce sul quale Jester At Work ha appuntato i propri flashback in bassa definizione. Fedele allo scopo essenziale e purtroppo spesso dimenticato della musica: emozionare. Senza malizia, con il fantasma di Johnny Cash ad indicargli la via e l’ombra oscura di Mark Lanegan ad instillargli dubbi e strani pensieri, il songwriter pescarese si presenta al vero e proprio esordio con un conto alla rovescia in chiave folk che ci riporta indietro nel tempo, sul filo sottile di un tintinnio chitarristico di volta in volta ipnotico (“The Worst Cowboy”), oscuro (“Sphinx”), magnetico (“Not Far From Here”), malinconico (“Bog’s Bubble”), fino al country blues di “Radiolove Parade ’76”. Con il fruscio della vecchia cassetta che emerge allo sfumare del pezzo e, quando si interrompe, ci risveglia bruscamente da un viaggio senza respiro lungo le strade di un passato più o meno lontano e indiscriminatamente mitizzato, ma comunque da non dimenticare.
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ALTERNATIZINE / DIEGO PANI / link
Cerchi rifugio nella tua stanza. Accendi lo stereo, metti su “lo fi, back to tape”, cuffie alle orecchie ed occhi chiusi. Parte “the worst cowboy” e la tua mente cambia colore. Comincia piano piano a somigliare ad un film in Technicolor. Sarà merito di quella chitarra acustica o di quel brusio in sottofondo, o magari di quell’armonica che appare qua e la, sta di fatto che Jester at Work ti ha trasportato lontano. Lui di certi suoni ne capisce, si nasconde sotto questo strano moniker ma al secolo rimane il pescarese Antonio Vitale, già cantante dei Warm Morning 616, che con questo disco si presenta nella sua veste da folk – singer, voce e chitarra alla mano. Per registrare “lo fi, back to tape” Antonio è corso indietro nel tempo, ha cominciato ad annotare le sue note e registrarle su un vecchio fostex, un registratore multitraccia a cassette. Una produzione Lo – Fi realmente contro tendenza questa, che restituisce alla musica folk quello stampo rurale che l’ha caratterizzata nei suoi anni migliori; un disco intimo, a volte quasi sussurrato, che odora di terra, di legno e di vino. Procedi nell’ascolto e ti sembra quasi di sentire un Woody Guthrie sbronzo suggerire gli accordi ad un Tom Waits d’annata. Il folk di razza si sviluppa nelle sue più liete commistioni, dagli slide quasi delta blues di “so sorry” passando prima per la tesa e criptica “i’m on fire”, approdando ad un pezzo d’ascendenza pop come “a Brand new motorbike”, (con tanto di “yeah yeah yeah” infilato nel ritornello) senza dimenticare i toni più cupi come quelli della melanconica “invisibile man”. Una continua tensione-distensione intorno alla scala pentatonica, un percorso intrapreso da chitarra e voce a cui si aggiungono una volta un piano, altre una percussione o addirittura un violoncello. Giungi cosi alla scanzonata bluesy “radiolove parade 76”, e ti accorgi che il disco è finito e tu lo sai già a memoria. Continui a tenere gli occhi chiusi e premi repeat.
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THE SHIP MAGAZINE / NICOLA CELLI / link
Partiamo da una considerazione che non c’entra nulla con la musica, o forse c’entra: uno che registra un disco nel 2009 usando un registratore multitracce a cassetta mi è molto simpatico, mi piacerebbe un giorno incontrarlo, andare a casa sua a vedere la collezione di dischi in vinile (sono sicuro che ce l’ha) per poi invitarlo a vedere la mia. Il disco d’esordio di Jester at Work è un disco di folk cantautorale che ricorda molto il Johnny Cash delle American Recordings di Rick Rubin. Il progetto è molto interessante e la prova è superata a pieni voti, le canzoni sono molto buone e gli arrangiamenti, seppure scarni, sono molto eleganti e raffinati, con cori appena accennati e sporadici interventi di armonica, archi e pianoforte. Non ci sono brani che spiccano, tutte le undici tracce contribuiscono a dare il senso di compiutezza ad un’opera che si lascia amare fin dal primo ascolto e che trasmette nello stesso tempo la malinconia della solitudine ed anche la gioia per la vita vissuta on the road. La voce di Jester at Work ha un timbro molto particolare, riesce ad essere calda e suadente ma anche graffiante quando è necessario, di sicuro non è monotona, e questo, per un disco acustico, è un grande complimento. Non ci rimane che consigliarvi l’acquisto del cd ed augurare le migliori fortune all’artista di origini Pescaresi.
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NERDSATTACK / EMANUELE TAMAGNINI / link
C’è il pescarese Antonio Vitale dietro Jester At Work. Un debutto. Un ritorno al nastro magnetico. L’uso di un 4-tracks recorder come notebook trasformatosi in supporto essenziale. Precisazione doverosa per introdurre undici tracce che vanno pasteggiate come si farebbe con un whisky doppio malto invecchiato al tempo e al sole. L’ex cantante dei Warm Morning 616 riprende la tradizione. Quella rugosa e cartavetrosa di ballate malinconiche e quasi buie che hanno riportato sul trono uno come Johnny Cash. Dietro a Vitale non c’è Rick Rubin, certo, ma ‘Lo-fi, Back To Tape’ è un disco maiuscolo che aprirà l’anima al primo ascolto. Con la semplicità, con cori quasi sommessi eppur belissimi, con la polvere incastrata negli anfratti, con il cuore che si dovrebbe avere per narrare storie come queste. Senza per forza di cose dover attraversare oceani e alpi per scovare barbuti songwriter dal visto stanco. Sorpresa. [****]